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I fiori raccontano...Sacralità,Follia,Liberazione

L’elleboro è una pianta  erbacea perenne, che proviene dall’Europa e dall’Asia Minore, appartiene alla famiglia delle Ranuncolacee e si adatta senza alcun problema anche alle basse temperature. Il nome botanico è Helleborus, vi sono circa venti varietà di questa pianta e tra quelle più note c’è l’helleborus niger chiamata comunemente anche “Rosa di Natale”, i fiori sono bianco-rosato con foglie coriacee palmato-lombate. La particolarità di questo fiore è proprio la sua bellezza invernale e il candore del suo colore. Noto sin dall’antichità per le sue proprietà medicinali, si pensava che fosse un rimedio contro la pazzia, anche se la pianta contiene molte parti velenose.

Una leggenda racconta che un pastore di nome Melampo, che faceva anche il medico e il chiaroveggente, notando che il suo gregge quando si nutriva di elleboro si purgava pensò di utilizzarlo anche per le malattie degli umani. Si narra che proprio il medicamento ricavato da questo fiore avesse guarito dalla pazzia le figlie di Preto, re di Argo che credevano di essere state trasformate in giovenche. Oltre a questa ve ne sono molte altre leggende intorno a questo fiore, una leggenda cristiana e le sue numerose varianti narra che una piccola pastorella molto povera al momento della nascita di Gesù, non osava avvicinarsi alla stalla perché non aveva nessun dono e piangeva disperata. Un angelo intenerito dalle lacrime della piccola si spazzò le vesti di neve e per incanto fece crescere vicino alla mangiatoia splendidi ellebori bianchi simili a delle candide rose che la pastorella raccolse e le portò in dono a Gesù, pertanto l’elleboro fu considerato un fiore e una pianta sacra a Dio. Nel linguaggio dei fiori proprio perché gli antichi greci pensavano che curasse la follia è simbolo del superamento dell’angoscia, liberazione da un dolore ma simboleggia anche lo scandalo e la calunnia.



Sull’ elleboro…

 “Le purgagioni si facciano coll'elleboro: il bianco, il ventre superiore, il nero purga l'inferiore. Sennonché l'elleboro bianco non solo provoca il vomito, ma gli è il potentissimo fra tutti i farmachi vacuativi: non per copia e varietà d'escrementi alla maniera de' cholerosi, né per intenso e violento vomito, quale è quello che è eccitato dalla nausea di mare: non ha né cotesta forza, né cotesta mala qualità; ma invece restituisce i travagliati blandamente in salute, con placido purgamento, e comportevole intensità. Senza dubbio, che quando ogni altra medela sia inutile, in qualunque cronica malattia che abbia già messo profonde radici, cotesto elleboro è l'ancora sacra. È in lui una natura paragonabile a quella della fiamma, e com'essa serpeggia e si diffonde per le interiora.”

(Areteo di Cappadocia)

 

“Bisogna innanzi tutto esaminare se coloro che sono preoccupati da un'idea dominante, sieno tristi o allegri; perché nel primo caso giova purgarli coll'elleboro nero, nel secondo conviene provocare il vomito coll'elleboro bianco, e se ricusano di prenderlo in bevanda si riunisce al pane, perché più facilmente sieno gabbati. Imperocché ove questi rimedii produrranno un'evacuazione abbondante il morbo ne sarà in gran parte alleviato. E però anche se la prima volta l'elleboro avrà poco giovato, bisogna ripeterlo dopo qualche tempo.”

(Aulo Cornelio Celso)


Sulla follia...

Voce confusa con la miseria, l'indigenza e la delinquenza, parola resa muta dal linguaggio razionale della malattia, messaggio stroncato dall'internamento e reso indecifrabile dalla definizione di pericolosità e dalla necessità sociale dell'invalidazione, la follia non viene mai ascoltata per ciò che dice o che vorrebbe dire.

-Franco Basaglia-

 



Pubblicato il 10/12/2013 alle 14.13 nella rubrica I fiori raccontano....

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