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di Maria Rosaria Perrone
-Pensa Editore-



 



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"Possono raccontarci tante bugie
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ma solo ciò che avviene
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25 marzo 2012

Omaggio ad Antonio Tabucchi...

-Hippolyte Bayard"Autoportrait en noyé",1840 ca-

"(...)C'e un mezzo,tuttavia,che può cogliere per un attimo la musica della vita.Ma di questa musica esso non coglie il suono,coglie il silenzio. Perchè la musica,come Lei saprà,non è un suono continuo,cosa che non potrebbe essere.Essa è fatta anche di silenzi: minuscoli intervalli o pause fra un suono e l'altro,fra una nota e l'altra;interstizi incommensurabili durante i quali la vita si ferma per riprendere immediatamente il suo pulsare che a noi sembra un continuo.Ecco, della musica della vita il mezzo magico di cui parlo coglie l'intervallo fuggevole,l'interstizio invisibile a occhio nudo,il silenzio già svuotato del prima e già colmo del dopo.E lo rende eterno.Questo mezzo è la fotografia,e io la conosco perchè ho scoperto un procedimento per renderlo più efficace e visibile(...)
-Antonio Tabucchi,"Una lettera ritrovata pag.114 ,da Racconti con figure"ed.Sellerio,-




28 maggio 2011

Il libro..."Racconti con figure"

Il viaggiatore statico

Stringendo al petto un piroscafo come un bambino stringe al petto un giocattolo, il Fernando Pessoa di António Costa Pinheiro viaggia seduto a un tavolo. Negli occhiali che ha sul naso volano due gabbiani, in altri occhiali posati sul tavolo si riflettono altri piroscafi, evocazioni di altri viaggi, di mari lontani.Il più importante, il vero viaggio della sua vita, Pessoa lo fece a diciassette anni, da Durban, dove era cresciuto, per tornare a Lisbona, città da cui non si sarebbe più allontanato. Per Durban era partito a sette anni con la giovane madre vedova che raggiungeva il secondo marito, sposato per procura, nella colonia britannica dove costui era console del Portogallo. A tredici anni Fernando era tornato per un lungo soggiorno a Lisbona con la nuova famiglia (genitori, la sorella e il fratellino) e aveva anche visitato le Azzorre.Ma l'autentico nostos fu quello del suo definitivo ritorno in patria. Fu insieme una scelta di vita (i suoi fratelli avrebbero invece scelto un'università inglese) e di percorso, perché si imbarcò sul transatlantico Herzog che raggiungeva Lisbona navigando lungo le coste orientali dell'Africa. Quel memorabile viaggio in transatlantico che dall'Oceano Indiano al Mar Rosso, al Canale di Suez, al Mediterraneo, all'Atlantico lo portò fino alla sua città natale, è descritto in una lunga poesia del primo Álvaro de Campos, Opiário. È una sorta di poemetto parnassiano-simbolista carico di un'ironia che lo fa sembrare una parodia del decadentismo. Feste di gala a bordo, smoking-rooms, lune scenografiche sul Canale di Suez, oppio e morfina, atmosfera futile degli "anni folli" che maschera la smorfia tragica alla Fitzgerald: questo l'ambiente.Ma, soprattutto, l'incompetenza verso la vita («Sentire la vita illanguidisce e infiacca»), quella stessa incompetenza che appartiene a Baudelaire, a Proust, a Benjamin, a Beckett («Bon qu'à ça», rispose Beckett quando gli chiesero perché scriveva).Però era tutto un gioco. E in questo quadro il "piccolo" Fernando tiene stretto il suo balocco al petto. Altri sarebbero stati i suoi viaggi: eroici, visionari, furibondi viaggi di avventure e di scoperte, ma tutti immaginari.E soprattutto fatti da altri, dai navigatori portoghesi descritti nell' Ode Trionfale, nell' Ode Marittima e in Messaggio. E poi i viaggi sognati verso isole lontane, ma anch'esse ironicamente posticce, scenografiche, orlate di palmizi, rosee e azzurre come calcografie.Il grande viaggiatore di viaggi mai fatti («La vigilia di non partire mai / almeno non ci sono valigie da fare»), colui che giocò con la vita come se fosse un sogno e col sogno come se fosse la vita, è qui ritratto da António Costa Pinheiro nell'estrema serietà del suo gioco. Pessoa ebbe una grande riluttanza, che alla fine vinse, a farsi la carta d'identità e soprattutto a metterci so pra la propria fotografia, quella che chiamò «la provvisoria rappresentazione visibile» di se stesso. Se tornasse in vita, trasformare questo quadro in una foto formato tessera per metterla sul suo documento di "Viaggiatore dell'Infinito" probabilmente sarebbe per lui una ironica rivincita su ciò che chiamiamo "obiettivo".-Antonio Tabucchi- “Racconti con  figure”, pp.212-215 Sellerio editorePalermo-


 «Spesso la pittura ha mosso la mia penna. Se in un lontano pomeriggio del 1970 non fossi entrato al Prado e non fossi rimasto “prigioniero” davanti a Las Meninas di Velázquez, incapace di uscire dalla sala fino alla chiusura del museo, non avrei mai scritto Il gioco del rovescio. Lo stesso vale per l’enorme suggestione provata da bambino davanti agli affreschi del convento di San Marco, rivisitati spesso da adulto, che un bel giorno ritornò con prepotenza sbucando nelle pagine de I volatili del Beato Angelico».
Dalla suggestione di un’immagine, soprattutto dalla pittura, nascono questi racconti di Tabucchi. Ma a sua volta il racconto sembra catturare in un’altra dimensione le figure che lo provocarono: è quella contea fantastica dove, come scrisse Leopardi, «l’anima immagina quello che non vede». Così le figure sembrano risvegliarsi dalla loro immobilità, acquistano vita, da immagini diventano personaggi e interpreti delle loro storie.
Suddiviso come un ideale spartito musicale (l’Adagio dove prevale la chiave della malinconia, l’Andante con brio per un’atmosfera più giocosa, le Ariette laddove il motivo è solo accennato e non eseguito) questo libro polifonico è anche il puro piacere del testo, un fuoco d’artificio narrativo, lo stupefacente cromatismo di un maestro riconosciuto del racconto.





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